Lampedusa e lo squalo bianco

I primi esemplari di squalo bianco nei mari di Lampedusa furono avvistati una decina d’anni fa. Gli esperti sulla biodiversità marina nel Canale di Sicilia si sono ritrovati di fronte, negli anni, più esemplari di Carcharodon carcharias, spesso finiti per caso nelle reti dei pescatori che operano lungo il Canale e i mari nel sud della Sicilia.  Lo squalo bianco, una delle specie più a rischio d’estinzione, è stato bollato come assassino dalla cinematografia. Ma va chiarito subito un punto: in media ogni anno si registrano nel mondo in media fra i 70 e gli 80 attacchi di squalo, di cui pochissimi mortali (in media fra i 5 e i 10 all’anno). Dal 1791 (anno in cui sono iniziate le statistiche) solo 271 attacchi sono stati mortali. Uccidono dieci volte di più i funghi (e solo per i consumi in Italia). L’alto livello di biodiversità, presente nel canale di Sicilia e nei mari di Lampedusa, avrebbe quindi portato con il passare degli anni a un flusso immigratorio dello squalo bianco che avrebbe trovato qui un’area chiave per la riproduzione di questa specie protetta. Ma non è l’unico: non è raro avvistare altre specie protette come balene, squali toro, verdesca e squalo grigio.

Cattiva nomea

Purtroppo allo squalo è associata l’idea terrificante di una creatura estremamente pericolosa. Pensiamo allora che secondo le stime più diffuse, l’uomo ogni anno cattura ed uccide circa 100 milioni di squali, principalmente per alimentare il mercato alimentare e commerciale asiatico. Un rapporto decisamente sproporzionato. Ma perché uno squalo attacca l’uomo? Talvolta per curiosità, altre volte per errore, molto raramente per nutrirsi. Spesso anche per difendersi, soprattutto quando i surfisti (principali vittime degli attacchi) scivolano con le tavole sopra di loro. Chi fa attività subacquea si è certamente imbattuto in queste creature, spesso specie tipiche dei reef (come lo squalo pinne nere e pinne bianche), e ha potuto apprezzare l’eleganza e il portamento, senza mai registrare però aggressività.